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Perché dico sempre perché?

Domande!

Ogni giorno si è subissati da tante domande: per imparare qualcosa da noi; per vedere se abbiamo noi imparato qualcosa da altri; per verificare se abbiamo capito o anche solo ascoltato un certo discorso; per affermare qualche ovvietà con una domanda retorica; per conoscerci meglio con qualche domanda introspettiva. Ma sono poche le domande che ci colpiscono a tal punto da essere ricordate per tanto tempo, facciamo una prova: qual è la prima domanda che vi è stata posta dall'insegnante di scienze alle scuole medie? E quella del vostro compagno di banco alle scuole elementari? Forse "come ti chiami?" o "Cosa hai portato per merenda?"
Non so dire con quale meccanismo e perché alcune domande le ricordiamo di più e non so neanche dire quante domande ricordo, ma una di queste la ricordo perché mi ha spiazzato, mi ha fatto ridere, mi ha fatto rallentare.

Ora vi racconto.

Era una mattina molto concitata, una di quelle mattine in cui tutto quello che vi circonda sembra essersi alleato per farvi perdere tempo: la sveglia non ha suonato (o meglio nessuno l'ha sentita suonare); la macchina elettrica del caffè ha più luci accese dell'albero di Natale (senza acqua, fondi da svuotare, caffè da aggiungere); la busta dei biscotti ha deciso di non aprirsi, ma, all'ultimo secondo prima di rinunciare ai biscotti, come trafitta dalla katana di un samurai invisibile, si apre con uno squarcio laterale e metà dei biscotti finiscono a terra sparsi in ogni dove (chissà quanti sono ancora sotto al divano); la ricerca di una coppia di calzini uguali (o almeno della stessa tonalità e lunghezza) sembra più un'impresa per Indiana Jones.

Cercando di recupera un po' del tempo perso, stavo facendo più cose contemporaneamente: liberare il tavolo dai resti della colazione (latte nel lavandino, tazze sporche in frigo, anzi il contrario, via i pochi biscotti superstiti, zucchero sullo scaffale, ... il resto resta sul tavolo. Pazienza!); allacciare le scarpe; prendere il cellulare e relativa auricolare; mettere le chiavi in tasca (almeno se ho scordato qualcosa posso tornare a casa a riprenderla); mettere i giacchetti; prendere gli zaini; e ... rispondere (con la dovuta calma, attenzione e precisione) all'incalzante serie di "perché" di L. A. (l'anonimato è d'obbligo) in piena fase dei perché (un'altra domanda per voi: sapete che cosa è la fase dei perché ?).

Ecco un'inatteso cambio di tono, di ritmo, un guizzo allegro, un balzo quasi felino: "perché dico sempre perché?".

A quel punto sono rimasto spiazzato, mi sono messo a ridere e ho rallentato.

Pazienza se qualcuno dall'ottavo piano mi ha "rubato" l'ascensore proprio mentre stavo già con la mano sulla maniglia per aprirlo, anzi meglio: ora ho tutto il tempo necessario per rispondere con la dovuta calma a questa importante domanda.

"Dici sempre perché per imparare sempre cose nuove ed è giusto che sia così."

"Ho capito!"

Quello è stato un momento veramente messa a frutto.

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